Salamba Sirsasana e gli schemi limitanti

Ho imparato a fare la verticale sulla testa quando avevo 5 anni.

È stato mio nonno a insegnarmi – lui di anni ne aveva 65.

 

Nonostante la mia poca atleticità, quella è una skill che mi sono portata dietro sempre, da quel momento – anzi, è sempre stata una di quelle cose che eravamo in pochi a saper fare e che mi piaceva mostrare, perché mi rendeva orgogliosa di me.

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Salamba Sirsasana II

Solo molti anni più tardi ho incontrato lo yoga e ho scoperto che quella bella cosa, che per me era diventata più spontanea di una capriola, nel mondo yogico si chiama Salamba Sirsasana II.

E se c’è un II deve esserci anche un I.

 

Così ho provato la prima variante, convinta che sarei riuscita immediatamente vista la grande facilità ormai raggiunta nell’entrare nella verticale sulla testa.

E invece ho fatto una gelida doccia di umiltà.
Non riuscivo proprio a entrare in posizione!

 

Dopo un primo momento di sconforto, ho deciso che mi sarei impegnata per far capire al mio corpo che Salamba Sirsasana I non era poi così difficile, dovevo solo cambiare la posizione delle braccia. Così dopo molti tentativi, cadute, e mesi, finalmente quattro anni fa sono riuscita nell’impresa di staccarmi dal muro e mantenere l’equilibrio nella posizione.

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Salamba Sirsasana I

 

Se è vero che in una posizione come questa, che richiede grande controllo, il cambiamento delle braccia può compromettere la riuscita, mi sono chiesta se forse, più del corpo, fosse la mente a dover capire.

Quando agiamo seguendo schemi ripetitivi – cioè pressoché sempre, che non è di per sé un male, è un modo per apprendere – rischiamo di perdere completamente l’equilibrio, se non ci manteniamo elastici.

Nella rigidità è sufficiente che una virgola diventi un punto e virgola perché finiamo per cadere rovinosamente.

La caduta è una lezione fondamentale sul percorso dell’apprendimento, non è da rifuggire. È pur vero che se ci ostiniamo a seguire lo stesso schema, senza lasciare spazio alle nuove manovre, rischiamo di ritrovarci pieni di lividi, frustrati e al punto di partenza, anche dopo numerosi tentativi.

 

Non serve non tentare per paura di sbagliare e di farsi male, anzi! (ne parlavo qui), ma è ottima cosa, nello yoga e nella vita, mantenere l’elasticità, l’apertura e l’umiltà necessarie per creare lo spazio per il Nuovo, che è l’unico spazio che consente crescita ed evoluzione.

 

Eleonora

 


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