Guardavo vecchie foto.
In alcune ero molto piccola, in altre un po’ più grande, con un passaggio dalla bellezza tenera della prima infanzia alla prima adolescenza – quella fase durante la quale, credo, siamo tutt* brutt*, perché siamo in trasformazione, perché stiamo vivendo la transizione dalla fanciullezza all’età adulta. Questo richiede al corpo grandi sforzi per trovare una nuova forma. Per cui, a quell’età, siamo tutt* dei brutti anatroccoli.

Niente di grave, ognun* di noi ci è passato.
Ma ricordo quanto mi sentissi e vedessi brutta e, soprattutto, quanto questo mi facesse sentire di poco valore (un valore che per fortuna riuscivo a trovare nella mia intelligenza) e poco amabile. Questo sentimento me lo sono portato dietro per molti anni, fino a dopo l’adolescenza, fino ai venti anni inoltrati.

Benché l’immagine nello specchio fosse diversa da quella dei dodici, tredici anni, era un’immagine ancora in grande evoluzione e non riuscivo ad apprezzarla – la mia visione era distorta e, certamente, i messaggi che mi arrivavano dalla società e dai coetanei non aiutavano a farmi cambiare idea.

Era un problema, ma faceva parte di ciò che ero e in qualche modo avevo imparato ad accettarlo e a riporre il mio valore nella testa, nel cervello, nell’intelligenza. Completamente sconnessa dal corpo, se non fosse stato per i tanti problemi di salute che, con dolore o meno, mi riportavano a prendere consapevolezza del fatto che un corpo ce l’avevo, che lo volessi oppure no.

Ad un certo punto, non so bene quando, qualcosa è cambiato.
Ho iniziato a guardarmi allo specchio con altri occhi e a non trovare più così malvagia l’immagine che mi rimandava – ero sempre bravissima a trovare tutti i difetti possibili, ma tutto sommato quello che vedevo mi piaceva e non mi vergognavo più ad andare in giro con la mia faccia.
Non so come sia successo, ma è arrivato il momento in cui tutto si è ribaltato e ho riposto il mio valore nel corpo e nell’estetica più di quanto mi sarei immaginata, più di quanto avrei voluto.

Se prima era il non capire qualcosa o il fare errori a farmi perdere fiducia in me stessa (perché, se non potevo contare sulle mie capacità intellettive, cosa mi rimaneva?), ora era il non piacere, il non essere apprezzata per la mia immagine a minare la mia identità (quasi come se la mia testa non valesse più niente).

L’equilibrio (mai stabile, sempre dinamico, come è sua natura) è arrivato solo molto di recente.
Mi sono ricordata di quanto sia capace, di quanto il mio cervello sia in grado di cogliere, comprendere, ragionare, intuire e trovare schemi e soluzioni; così l’ho riportato nell’equazione.
Ho scoperto quel valore intrinseco che ho (che ognun* di noi ha) per il semplice fatto di essere viva e di essere buona, gentile, amorevole; così sto tentando di rimettere il corpo al posto che gli spetta, quello di co-protagonista accanto alla mente, al cuore e all’anima, quello in cui lui conta soprattutto per quanto è in salute e per quanto mi permette di fare ed esperire in questa esistenza terrena.

L’aspetto cambia sempre, la bellezza del viso e del corpo è transitoria, effimera; quanto è più importante poter annusare quell’odore che riporta memorie felici, accarezzare la pelle delle persone amate, camminare finché le gambe ce la fanno, respirare aria buona a pieni polmoni, ascoltare musica che emoziona, guardare il tramonto e le stelle nel cielo? Niente di questo è scontato, voglio goderne finché posso.

Così, da un po’ di tempo, sto riscoprendo la libertà di mostrarmi anche brutta.
Dopo anni passati a volermi vedere perfetta (senza ovviamente riuscirci), è una grande liberazione (re)imparare che non vivo per piacere agli altri, che non esisto perché qualcun* si “rifaccia gli occhi”.
Continuo ad apprezzare la bellezza: come nel mondo, così in me; e continuo a farmi bella, quando mi va, per me.

Ma ho ricordato che il mio valore è intrinseco e va oltre tutto questo.
Anche perché ho cose ben più importanti da fare, per me e per il mondo, che continuare a farmi problemi che, inizio a comprenderlo ora, sono solo distrazioni da ciò che è davvero importante.

P.S.: Qual è la tua storia? Come si è evoluto nel tempo il rapporto con te stess*, con la tua immagine, con il tuo valore, con l’amore per te?